Archivi del mese: agosto 2010

La rosa maculata (2a parte)

Successe poi che il padrone del vaso, per qualche tempo dovette assentarsi da casa e, dopo aver levato il secondo fiore morto, per diversi giorni non pote avere nessun tipo di cura nei confronti del recipiente e dei suoi abitanti. L’acqua quindi cominciò a scarseggiare ma per una strana coincidenza, dalla parte della rosa c’era alla base del vaso una leggera cavità dove si era raccolta sufficiente acqua per mantener in vita i due esserini. Dalla parte del fiore invece l’acqua era terminata e quest’ultimo, per evitare la fine dei suoi amici, chiese gentilmente alla rosa se potevano dividersi quel piccolo punto dove l’acqua si era raccolta. La rosa però, con tutta l’arroganza che poteva avere in se gli rispose “Non se ne parla proprio, non mi muoverò di un centimetro, d’altronde non è certo colpa mia se sei solo un fiore sfortunato!” Disse questo e si girò verso il sole, incurante del sicuro destino a cui andava incontro l’altro.

Passarono i giorni e l’inevitabile fine per il fiore arrivò. Così ora la rosa rimase sola, e in cuor suo non sentiva molta differenza rispetto a prima. “Meno male” pensava ”non ho bisogno di nessuno io, posso cavarmela da sola come ho sempre fatto.” Ma la rosa non sapeva quanto avrebbe rimpianto gli altri fiori. Infatti da quando era rimasta sola, si era sentita percorrere da un sentimento di infelicità, e si sentiva triste e incompleta. ”Non sia mai che io, la rosa maculata abbia bisogno di altri stupidi fiori.” Ma questi sentimenti, la portarono alla distruzione. Non faceva altro che pensare ai poveri fiori defunti e per la prima volta si rese conto di quanto erano importanti per lei e soprattutto il suo ruolo nella loro morte. Pian piano iniziò a perdere i petali, quei bei petali che un tempo erano stati il suo più grande vanto e la posizione, da perfettamente eretta divenne curva sempre di più, fino ad arrivare ad un semi arco. Non era più la bella rosa di una volta e i segni del tempo e del dolore si erano impossessati di lei come un bambino si impossessa del suo giocattolo preferito, con avidità e decisione.

Era sul punto di lasciare questo mondo e il padrone del vaso se ne accorse, tant’è che comprò altri tre fiori e un’altra rosa, bella, bellissima anche lei, anche se non maculata. La vecchia rosa se ne stava lì, in un angolo, taciturna, e questo non avrebbe fatto notizia dato che la sua intera esistenza l’aveva trascorsa in questo modo. Ma c’era qualcosa di diverso adesso in quel silenzio, una volta dettato dalla superiorità e dalla presunzione. Qualcosa di strano nel modo in cui affrontava la giornata, nel modo in cui vedeva le cose, qualcosa di “saggio,” La situazione che le si presentava era la stessa di qualche mese prima, solo che erano cambiati i protagonisti. I fiori erano allegri, gioviali, parlavano e ridevano tutto il giorno cercando di incorporare nella loro complicità la rosa che invece, se ne stava lì sola soletta senza rispondere a nessuna domanda e ricordando ai fiori, almeno una volta al giorno, quanto lei sia migliore di loro. Un giorno la vecchia rosa, sentita la rosa più giovane dare una risposta alla “loro” maniera, dove per “loro” s’intende di entrambe le rose, la giovane e la vecchia quando lo fu, la ammonì dicendole che non è la bellezza l’unica cosa importante in questo mondo ma anzi, più avanti, avrebbe desiderato di essere come quei fiori che tanto disprezzava. La rosa dal canto suo le rispose con un” Taci vecchia, che ne puoi sapere tu di bellezza” e l’episodio terminò lì. Accadde poi che uno dei fiori, per cercare di avvicinarsi agli altri perse l’equilibrio e cadde dall’altra parte del vaso, in diagonale e con lo stelo semi spezzato. La scena sembrava quella di qualche tempo prima. I fiori all’unisono chiedevano aiuto alla rosa giovane, ma lei noi ne volle sentire perchè non voleva rischiare di rovinarsi a causa di uno scapestrato fiore. A questo punto però, accadde una cosa imprevista. La vecchia rosa, anche lei vicina al fiore, con le ultime forze rimaste fece leva sulla parte superiore dell’amico e così facendo riuscì a raddrizzarlo e quindi a salvarlo. Fu un tripudio di gioia. Tutti i fiori esultarono all’unisono e i complimenti e i ringraziamenti si sprecavano. Ma la vecchia rosa non poteva udirli. Era arrivata alla fine della sua storia e l’unica cosa che riuscì a pensare prima del nulla fu che avrebbe voluto salvarli tutti quei fiori, quei magnifici e generosi fiori. Si accasciò poi su se stessa, per sempre.

Quello che avvenne dopo fu incredibile. I fiori, in lutto per la rosa eroica le dedicarono un funerale che solo i vegetali sanno fare, con canti e danze ripetuti tutti i giorni, e che vennero eseguiti anche dopo che il padrone la levò dal vaso. La rosa giovane, avendo visto la scena ebbe come un’illuminazione e finalmente capì quant’è importante la vita in se stessa e che il corpo era solo un contenitore dell’anima e da quel giorno partecipò attivamente, non solo ai funerali ma anche a tutti i discorsi dei fiori e cominciò ad amarli. E questa signori è la storia della rosa maculata, narratavi dall’unico testimone che conobbe tutti i protagonisti, dal primo all’ultimo e che nella sua vita ne ha ospitati tanti e ne ospiterà tantissimi altri, si spera, che seguiranno l’esempio dalla vecchia rosa.

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La rosa maculata (1a parte)

C’era una rosa e c’erano altri fiori, altri tre fiori. Tutti insieme vivevano in uno splendido vaso. Uno di quelli variopinti, probabilmente di un certo valore, data la sua antichità. I tre fiori vivevano in esso tranquilli, e felici della loro funzione ornamentale. Erano molto simpatici e passavano tutta la giornata a parlare del tempo, a godersi i candidi raggi del sole che a turno li abbracciavano e se possibile, ad aiutarsi tra loro soprattutto nelle notti gelide quando si stringevano l’uno accanto all’altro per puro e semplice istinto di sopravvivenza. Andavano decisamente molto d’accordo. Dall’altra parte del vaso, e distanziata da loro, c’era una rosa. Era un esemplare magnifico, diverso da tutte le altre della sua specie. Era possente così dritta, ma allo stesso tempo elegante. Aveva un portamento sontuoso e per questo si era guadagnata la stima degli altri fiori. Inoltre, a renderla unica, aveva sui suoi petali rossi fuoco delle sfumature di bianco che, se non fosse che era un essere vivente, si sarebbe pensato che un artigiano, uno dei migliori però, gliele avesse dipinte come ornamento, tanto erano ben fatte. La rosa invece, se si è detto che per il suo aspetto aveva guadagnato la stima dei coinquilini, di certo con i suoi modi l’aveva persa tutta anzi, era forse in debito con loro. Infatti non partecipava mai alle chiacchiere degli altri fiori e molto spesso nemmeno rispondeva alle loro domande. Se ne stava lì, in un angolo, eretta e ben attenta a non mostrare nessun punto di debolezza.

Un giorno accadde che uno dei fiori, inavvertitamente, nel fare il classico movimento di avvicinamento verso gli altri due, inciampò e cadde proprio a fianco alla rosa. Ora, essendo un vaso non troppo largo proprio per evitare tali situazioni, non si potrebbe parlare di vera e propria caduta. Fatto sta però che il fiore aveva definitivamente perso l’equilibrio e si trovava in diagonale con l’estremità finale dello stelo da una parte e i petali con tutta la corolla dall’altra. Detta posizione, per quanto a noi possa sembrare così terribile, per il fiore non era poi così male, se non fosse per il fatto che, nella caduta, parte del fusto si era leggermente incrinato ed era sul punto di rompersi se non fosse tornato al più presto nella sua posa originaria. La rosa, data la sua vicinanza, era l’unica che potesse aiutarlo, quindi il fiore si rivolse a lei con tutta la cortesia che il caso poteva permettere e gli chiese se gli dispiacesse dargli una spintarella così che potesse riprendere il controllo di se stesso. Al che la rosa rispose ”Fossi matta, così rischio di rovinare la mia bellezza; arrangiati da solo! ” A nulla servirono le suppliche del povero fiore alle quali si aggiunsero quelle degli altri che, impotenti, guardavano la situazione da una certa distanza. La rosa però, si fece scivolare addosso tutte quelle parole e incurante, continuò imperterrita la sua fanatica esibizione. Passò qualche ora e la situazione del povero fiore andò via via peggiorando fino a che, agonizzante, cessò di vivere.

Il proprietario del vaso, accortosi della morte del fiore, lo levò da lì. Il che da un certo punto di vista fu una fortuna perché aiutò gli altri due a dimenticarlo più in fretta. Ritengo quasi superfluo aggiungere la reazione dei fiori che si struggerono e disperarono per le due settimane che seguirono e, semmai un essere vegetale avesse mai pianto, quella era sicuramente l’occasione adatta per iniziare. Ovviamente l’accaduto aveva alimentato lo sdegno dei fiori nei confronti della rosa, ma si da il caso che nel mondo floreale, tenere rancore nei confronti di un proprio simile sia impossibile e quindi in poco tempo, i due fiori tornarono allegri come prima, parlando del più e del meno e cercando invano di includere nei propri discorsi anche la “sostenuta responsabile”. Di tutta risposta, essa se ne stava lì, apatica si sarebbe detto, ma raggiante come non mai. Successe poi qualche tempo dopo che la rosa si esibisse in uno dei suoi rarissimi movimenti, che limitava al minimo indispensabile proprio per paura di non sciuparsi. Uno dei due fiori però, suo malgrado, molto presto scoprì che, sistematasi nella nuova posizione, la rosa copriva la parte di sole destinata a lui e senza la quale, di lì a pochi giorni, sarebbe appassito. Da parte sua provò a chiederle con gentilezza se poteva scostarsi quel tanto che bastava per far si che anche lui ricevesse il prezioso calore, ma la rosa non ne voleva sapere. Si era già mossa poco tempo prima e sarebbe passato molto altro tempo prima che avesse soltanto ripensato ad una nuova posa da assumere. Diceva ”Non è colpa mia se, con la mia maestosità faccio ombra su voi fiori” e a nulla servirono le esortazione anche dell’altro fiore, quasi disperato dall’idea di perdere il suo compagno e amico. Passavano i giorni e il fiore oscurato, sempre più debole e dopo aver tentato di spostarsi per quello che gli era permesso, ma senza benefici, si abbandonò al suo destino e smise di lottare. Si spense dopo due giorni. Rimase quindi solo un fiore dato che la compagnia della rosa non poteva definirsi come tale e il processo emotivo che seguì fu esattamente lo stesso della prima volta: prima tristezza e rabbia, poi allegria e affetto. Il fiore allora, non avendo nessun altro con cui parlare, molto spesso rivolgeva domande di qualsiasi natura alla rosa che si risolvevano sempre in monologhi. E mentre nel fiore, il tempo e i dispiaceri avevano lasciato un marchio indelebile, lei, la rosa sembrava fresca e giovane come il giorno in cui la misero lì, se non di più.

Clio

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Psychoanalisi – 1


– Bentrovato, signor Di Tonno. Allora, come le sembra la nostra cucina?
– Deliziosa, non fosse per la camicia di forza penserei di essere all’Hilton Palace. Immagino che l’assenza di stercorari nella zuppa faccia di questa la miglior clinica psichiatrica del paese.
– Sono lieto di vedere che ha ritrovato la parola. Posso chiederle come si sente oggi?
– Un tantino rigonfio di gas, come potrà constatare a breve.
– Intendevo dire emotivamente. Come definirebbe il suo stato d’animo in questo momento?
– Lo definirei “stupefatto.”
– “Stupefatto?”
– Sì, stupefatto. Da tempo i miei stati emozionali si sono ridotti a quattro: stupefatto, ubriaco, stupefatto/ubriaco e svenuto. Al momento quelle pasticchette che mi date mi rendono piuttosto visionario.
– E che tipo di visioni le procurano i nostri farmaci?
– L’ultima l’ho avuta stamattina. Ma non è inedita, l’avevo già avuta in passato.
– Posso chiederle in che circostanze?
– Beh, ero disteso sul letto, mentre perdevo fluidi da ogni orifizio…
– Intendevo dire la prima volta che ha avuto la visione, non stamattina.
– … Appunto.
– Mi scusi. Continui pure.
– Dunque, è stato un mese prima che accadesse quella… spiacevolezza. Ci stavamo esibendo: Nate sbudellava l’amplificatore con un riff insistito, Eddie stava aprendo crepe nei muri e nei timpani dei presenti, mentre io mi issavo sulla mia stessa vanità alla vista di cinque, forse sei milioni di persone accorse a strappare il biglietto per il nirvana. Dopo lo show, ho fatto tapp… C’è qualcosa che non va?
– Mi perdoni, ma se la memoria non mi inganna il suo complesso musicale non si è mai esibito davanti ad un pubblico di più di diecimila spettatori.
– Beh, al tempo il mio raggio visivo non superava i quindici/sedici metri, per cui potrei aver supposto la presenza di un pubblico un filo maggiore di quello che la locanda di “Tony lo zozzo” possa contenere. Comunque, la sostanza del racconto non cambia.
Come dicevo, dopo lo show ho fatto tappa su tutti i cliché di una notte in compagnia di un barile di whiskey irlandese e qualche grammo di finissima canapa indiana. Giunto al culmine dell’evoluzione ho avuto l’impressione di destarmi in un lungo corridoio, quasi una galleria cittadina, di quelle in cui si allestiscono i mercati al chiuso, ma questa era immensa, divisa in una miriade di stanzette dal soffitto altissimo. Non c’erano porte, solo vetrate, così che si poteva vedere all’interno. Le persone che passavano ne sceglievano una ed inserivano delle monete in una fessura, in base alla cifra indicata dal display subito fuori la rispettiva celletta. Notai che all’uscita la cifra diminuiva leggermente. Così, decisi di raccogliere me stesso da terra ed il coraggio dagli abissi della mia autostima, e mi appropinquai verso la galleria creata dal mio inconscio.
– E cosa vide?
– Dentro ogni celletta, da un oblò sul muro opposto all’entrata, sbucavano in atteggiamento ovino e completamente prive di qualsivoglia indumento le metà inferiori di damigelle di ogni dimensione e fattezza e colore. Qualcosa nel sogno mi suggeriva che mi trovavo in un futuro in cui il genere femminile era stato così soggiogato, con l’eccezione di uno sparuto gruppo di ribelli amazzoni in tutine di latex che improvvisava la guerriglia urbana.
– E questo sogno lo ha ripetuto stamane, in maniera identica?
– Quasi. C’era un po’ meno assortimento stamattina nella galleria.
– Capisco. Molto interessante. Davvero molto interessante. Lei che tipo di spiegazione dà ad un incubo simile?
– Incubo?
– Eh, ammetterà che un futuro in cui il genere femminile è relegato a mero strumento di piacere a buon mercato non è certo il migliore possibile, no?

– Io e lei siamo due persone molto diverse, dottore.

Er Mijone

* * *

(Alcune storie di Primo di Tonno sono pubblicate su Aspettando i Barbari http://aspettandoibarbari.blogspot.com/search/label/Laboratorio)

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Incompiuta – La via di mezzo


Mancava poco alla fine di ottobre. Nel pacifico villaggio di Ozpitric già si sentiva il cadenzato passo della neve terminare sui fino ad allora illibati capi dei pacifici abitanti. Dovete sapere che non a caso si attribuirono orsono due uguali aggettivi a descrivere paese e paesani, la licenza fu oltremodo plausibile dato lo stesso nome del luogo sopracitato. Tant’è che il villaggio di re Ozpitric, Pacifico, era incazzoso sotto tutti i punti di vista. Gli autoveicoli degli abitanti, armati di clacson offensivi e spuntoni roteanti, venivano utilizzati per la falciatura del grano; gli elettrificati battipolvere delle matrone erano mezzi primi per l’educazione dei fanciulli nel battere la polvere; nella piscina comunale usata per le punizioni, era posto dell’acido muriatico, nello specifico impiegato per le pulizie di utensili vari. E questi tremendi esempi sui pacifici usi non bastano tuttavia a rendere a pieno la violenza intrinseca di tali bestie. No, non perchè fossero animali, ma perchè assimilabili a bestie, esseri, come qualunque altro al di fuori di quello umano, incapaci di controllo emotivo, perciò supposti barbari. No, non perché supposti guerrieri d’oltralpe in lotta con l’Impero romaro dal II al V secolo dopo cristo, non gli abitanti né le bestie, ma perché, come quelle stesse antiche popolazioni, feroci. No, non perché docili e mansueti, ma feroci. Bestiali! Erano le bestie che allevavano, d’altronde non poteva essere altrimenti, in un pacifico villaggio tanto bruto.

Comunque, va da se che quella volta non avrebbero chiuso un occhio nei confronti della sfacciataggine piedata della neve sopra il loro capo. Ma, pur essendo bene armati e bene forzuti, vollero prendere tutte le precauzioni del caso, non era quello infatti avversario da sottovalutare. Perciò chiamarono a prestar loro servigio un possente e radicale mercenario, tanto abile da poter compiere un miglior lavoro di tutti loro insieme. Famoso ovunque per le sue esagerazioni, colui che aveva tagliato dieci teste di idra, ucciso dieci volte un gatto e risolto la radice di 2, tale era il barbaro e bestiale Vladimir Benja. Fu al cospetto di re Ozpitric che esclamò: “Voglio il mondo!” quando il pacifico brutale monarca gli domandò circa la sua salute. Quando gli chiese poi cosa desiderasse, il forzuto guerriero gli rispose: “Nulla!” Che dire, esemplare era la sua condotta, quantomai coerente. Si chiedeva tuttavia ultimamente circa la via di mezzo. Il ridente Rfpqspbzs, bestia parlante a 10 teste che come un ombra lo seguiva, vedendo il compare accigliato e riflessivo, pensò bene di aiutarlo: “Ahahaha!” lo sbeffeggiò allora. No, proprio non aveva dato alcun aiuto. Ma non era tempo per tali indugi, due missioni erano state assegnategli, da portare a termine sotto sua richiesta senza alcun compenso: sconfiggere la neve e, beh… aveva di nuovo esagerato.

Armi in spalla e riso pronto, si misero dunque in cammino. Sulla strada incontrarono un’ avvenente fanciulla. Non persero tempo e proseguirono. Poco più in là ne trovarono un’altra, ancor più affascinante. Ed anche ora Vladimir si dimostrò integro: “Gradisce una bevanda, gentildama?” domandò alla ragazza ben in curve. “Ben la gradisco messere, se codesta è accompagnata dalla sua piacevole compagnia” rispose “ed ora, che ne pensa di denudarsi?” continuò subito dopo. Eh, che brutto scherzo gli aveva teso la sua mente, vittima di inopportuni pensieri e futili parole. Poiché integro fu nel caso in cui tale conversazione non ebbe mai luogo. Ed ancora, dopo qualche tempo, la stessa situazione sarebbe venuta a presentarsi, questa volta pregna di dialoghi e fuggenti sguardi passionali. Ma ecco che Rfpqspbzs si scagliava repentinamente contro la donzella utilizzando la potente arma evasiva che di sovente aveva salvato i due prodi, il riso di scherno, che allontanò subitaneamente la nemica in imprecazioni di indignazione. L’avevano di nuovo scampata.
Le Tre Generalesse Silenti erano state superate.
Ora era tempo di recuperare le energie, poiché di lì a breve sarebbero arrivati ove auspicavano, ove li attendeva bene armato e bene forzuto il loro freddo nemico, nemico, sì,  anche se solo per guadagno. Perciò consumarono voracemente il riso portato: “Ahahaha!” e furono sazi e ripartenti verso lo scontro finale.
Eccola dunque, alla fine di quell’angusto passo, scorrere fulmineamente in bufera nella vallata loro apertasi, deridente l’umano soffrire ed essere dall’alto della  sua candida consistenza fuggevole. Li scherniva posandosi sul loro capo per poi moversi subito dopo, così come aveva fatto con i pacifici di Ozpitric. “Dove ti nascondi!?” disse dunque il mercenario, ma non ottenne risposta alcuna; “A cosa miri attaccando in tal meschino modo le pacifiche genti?” Ancora non una parola dall’astuta neve; ecco che ebbe un’idea geniale il possente, la quale avrebbe senza dubbio mosso la schernitrice a replica. Esclamò allora: “Parla, bastarda!” Fu allora che scoprirono l’arcano: la neve non era un nemico, o meglio, non era una persona, non soffriva né pensava, non offendeva e neanche propriamente viveva. Chiaro è infatti che nessuno in grado di provare quelle emozioni resterebbe in silenzio all’udire tali parole. Non si poteva affrontare un siffatto nemico, perché nemico propriamente non era. Questo ciò che Rfpqspbzs tentò di spiegare a Vladimir, ma questi non volle capire. Non poteva rassegnarsi ad una sconfitta, non capendo che una sconfitta propriamente non era. Non volle perché ciò avrebbe rappresentato una falla in ciò che era, avrebbe sfaldato la futile coerenza dietro alla quale nascondeva il suo essere umano. Non l’aveva mai accettato il suo essere umano Benja, ne vedeva solo sofferenza e per questo rifiutava ogni tipo di amore e serenità, doveva stordire in quel suo combattere ossessivo la realtà delle cose ed insieme il loro carico positivo, perché in esso si celava quello negativo, che pensava avesse sempre inevitabilmente prevalso. No, non avrebbe capito, se non altro perché ciò che Rfpqspbzs realmente riferì al compare non furono altro che risa di scherno. Ed allora proseguì la sua folle battaglia contro il candido avversario, sfoderando la sua segreta arma, l’alcool, per allontanare l’evidenza, per infervorare l’animo e perché aveva architettato il diabolico piano di diventare tanto caldo da sciogliere in esplosioni vulcaniche tutta la neve che lo circondava. Tutto finì invero con un rigettare infinito, che se non altro lo spinse a riflettere nuovamente circa la via di mezzo.

Luca Befera

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Il palazzo (2a parte)


Scena 2


E’ sera sulla quai, il vento forte non fa altro che peggiorare questo tempo freddissimo. Bordeaux d’inverno si tramuta in un villaggio siberiano, un’atroce tortura di ghiaccio. Noto tutta la compagnia poco lontano verso la pista da jogging di cemento che percorre tutto il lato della Garonna, si scattano delle foto dietro lo sfondo di una Place de la Bourse illuminata a giorno. Non ho intenzione di portarmi appresso la borsa e, fortunatamente, c’è una panchina poco lontano per posarla. Dieci minuti dopo, ho anch’io la mia foto davanti la piazza più bella della città; dovrò assolutamente farmela passare da Mary.

Ritornando per prendere la borsa, trovo seduto sulla panchina un panzone alto due metri. Ha poggiato il suo enorme culo proprio sopra la mia borsa. In quel momento, stipato sotto un numero imprecisato di chili di lardo, squilla il mio cellulare. La situazione è alquanto imbarazzante. Si gira il grassone, e si concentra nel mio francese dal pesante accento straniero, che gli chiede gentilmente di spostarsi per recuperare la borsa sotto di lui. La risposta è inequivocabile quanto sconcertante: “non me ne frega assolutamente nulla del tuo telefono.” Il tutto viene condito da un sonoro peto. Ho negli occhi l’immagine della mia borsa verde, il mio telefono e anche il tabacco, violentati e stuprati dalle flatulenze bestiali di un essere arrogante tanto quanto grasso. Eric si avvicina al grassone senza nome e, a brutto muso, esclama “Se hai problemi con il mio amico, beh, allora hai problemi anche con me.” Detto questo si allontana, si ferma su una panchina, vi si stende, e inizia a russare. Sono rimasto solo, solo a difendere la mia borsa offesa dal largo nemico. Non ho memoria di risse, o anche solo scaramucce nella mia vita passata, ma – come si sente dire spesso – c’è sempre una prima volta, e il mio battesimo di guerra sarà sulla pelle unta di un francese paranoico.

Ho detto di non avere esperienza, ma a quanto pare lui sì, e infatti subisco. Inizia così la lotta. Lui, ovviamente, mi pista. Ho lo spunto, molto poco virile, di graffiargli la testa con le unghie. A sorpresa, sembra accusare il colpo. Mi si stacca di dosso e corre verso i cassonetti, probabilmente per cercare bottiglie rotte. Vigliacco. Assieme alle bottiglie, però, riporta scatole di cartone e sacchi di plastica. Penso che voglia colpirmi con i vetri ma, invece, si attacca tutto l’ampio bottino di roba addosso, corre verso il fiume, si getta dal pontile, cadendo su una chiatta che passava in quell’istante. Dopo quell’atterraggio di fortuna, disteso sopra la chiatta, inizia a gridare “j’suis blessé! J’suis blessé!” (trad.: Sono ferito! Sono ferito!) Dico subito agli altri di chiamare un’ambulanza, ma mi fanno cenno con le mani di essere impegnati con le crepes, che poi si freddano e non sono più buone.

Scena 3


Tutto cancellato. Sono con Stan fuori dal luogo della festa, in cima ad una passerella. Perplesso, cammino senza parlare; ho troppe cose adesso per la testa. Sento qualcosa, dei passi. Devono essere in tanti a giudicare dal casino che fanno. Si avvicinano, ma vedo ancora solo ombre nere.

Il ciccione!

Passa velocemente accompagnato da degli africani enormi; neanche mi riconosce. Scompaiono in pochi secondi. Prima di indagare, mostro a Stan il luogo dove è avvenuta l’apparizione del palazzo. Torniamo verso il parcheggio. Apro una porta, credendo fosse l’entrata dell’appartamento della festa, ma è uno sgabuzzino. Si accendono le luci. Troviamo i tizi di prima, tutti armati. Il ciccione mi punta l’arma addosso e mi dice “se parli di ciò che hai visto qui dentro, ti vengo a cercare.”  “Visto cosa?” Rispondo prontamente, e chiudo la porta.

Stephan West

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Il palazzo (1a parte)

Scena 1

Mary mi fa entrare in un appartamento, pensavo fosse una gran festa, invece c’eravamo solo noi due, qualche nostro amico e dei francesi. Esco per una sigaretta veloce, e rientro poco dopo. Noto che c’è molta più gente rispetto a qualche minuto fa. Gli invitati adesso sono tutti nudi o seminudi. Un ragazzo è disteso a terra a far sesso con due morette, scena spinta. Inizialmente mi sembra di scorgere Eric, lo svizzero, ma non è lui. Poi trovo tutti gli altri dentro una grande vasca, rigorosamente nudi; Vassilis abbraccia Nadja per le tette. Mary, con un sorriso compiaciuto, si dirige verso di me ed esclama “festa sauna!” Bel tema, effettivamente. Giro lo sguardo verso il centro della sala. C’è una grande vasca a forma di ventaglio, gioia degli invitati. E’ chiaro che il padrone di casa non ha badato a spese per questa reggia. A bordo vasca i maschi rubano con lo sguardo le forme nude delle ragazze, e qualcuno cerca goffamente di mascherare la fatale erezione. In quel momento, un’immagine unica, celestiale cattura lo sguardo dei presenti. Lorraine, una dea dai capelli biondi, occhi azzurri e accento francese, si getta in acqua vestita da infermiera, tipo quelle da film porno. I presenti capiscono al volo quello che mi sta passando per la testa, se ne accorgono da quella faccia da ebete che ho assunto, e che non riesco a scacciare. Gli occhi, la testa, il collo sono pietrificati.

E’ bella, bellissima, e, al contrario della Venere dipinta, il suo corpo scompare piano tra le nuvole di schiuma che, con tanta grazia, avevano creato la sua gemella. Quella barriera di sapone che adesso la copre mi risveglia dal torpore nel quale ero caduto. Noto con piacere che l’espressione ebete è condivisa da parecchi nella sala: più in là c’è un inglese a bocca ancora spalancata, la scena gli ha fatto cadere anche gli ultimi capelli rimasti, ma di questo non sembra preoccuparsene al momento. Lorraine è fatta così, ti manda al tappeto in un attimo. Come me, molti pensano che la serata possa anche finire qui.

Eric è con Camila e Tia, le due colombiane, fuori dalla vasca. Si fa avanti l’arabo che in mischia mi aveva toccato il culo – pensavo per sbaglio – e adesso spalma della crema sul petto dello svizzero in maniera sospetta. Camila, che di Eric sarebbe la ragazza, rimane esterrefatta.

Troppi i turbamenti in questa notte di festa, ho bisogno di uscire, farmi malmenare la faccia dal vento gelido di Bordeaux, per fare ordine con tutte le scene viste e vissute dentro quella sala. La porta conduce a una grande balconata che circonda l’intero palazzo. Più avanti un’altra porta comunica con il parcheggio multipiano, poi, da lì, la strada. C’è un po’ da camminare, ma una passeggiata non fa male, e mi dirigo verso l’uscita. Indosso le cuffiette e accendo la radio del mio iPod. Il segnale si sintonizza subito sulle frequenze Rai. Con tempismo spaccato al minuto viene presentato dalla voce soave dell’annunciatrice un radio-documentario d’epoca. Lei la immagino castana, sulle labbra un rossetto di colore scuro. E’ vicina al microfono, attenta a pronunciare le p e le t. Alt… Un secondo. Due fantasticherie sessuali nello spazio di dieci minuti significano solo una cosa: dovrei concedermi una scopata qualche volta.

Il documentario è a tema storico, un reperto degli anni ‘60 restaurato di recente. La presentazione titola “Cronaca di un mistero: l’apparizione del palazzo fantasma di Bordeaux. Voce narrante: Toto’.” Orrore, disastro, una stonatura micidiale. I comici, per la verità, mi piacciono, ma Toto’ no. Toto’ è una sciagura, un essere assunto al cielo quasi come un dio; un  Messia venerato da folle immense e incontrollabili, come se fosse un esercente di miracoli, un creatore di mondi. Per me non è altro che un misero tipetto con una voce del cazzo. Rabbrividisco ad ogni sua battuta, ogni suo gesto, ogni suo maledetto film. Il dilemma, quindi, si concentra sul cambiare stazione oppure no. La tentazione, in effetti, è forte, ma alla fine sono a Bordeaux, è una grossa coincidenza, e poi è curiosa questa storia del palazzo fantasma.

Sembra che, cinquanta anni fa, sia apparso dal nulla un enorme edificio, che svettava sui tetti delle case di questa città. Era così alto, che le cupole dei torrioni venivano coperte dalle nuvole, cosicché nessuno poteva asserire con certezza se esse erano dorate, marroncine, nere, o chissà di quale altro colore.

Rimase lì per giorni e giorni. La notizia si sparse a macchia d’olio, e Bordeaux fu presto assediata da molte emittenti straniere, incuriosite dallo strano fenomeno. Questo documento ne racconta la storia. Qualche coraggioso, ingoiando cuore, palle e un profondo respiro, si era spinto verso le enormi mura, per cercare una porta, un’entrata verso quella meraviglia. Non riuscirono neanche ad avvicinarsi, non si trovava l’ombra di un sentiero. Sembrava che fosse sospeso nell’aria, che venisse da un altro mondo. Un giovane, ultimo di tanti esploratori, un bel giorno varcò la porta di casa, diretto verso quel palazzo così etereo, e non tornò più. Per mesi furono organizzate ricerche, mobilitate quantità esagerate di soccorsi, forze speciali, ma non ne ricavarono nulla, neanche una traccia. Semplicemente, scomparve. Qualche vecchio ancora oggi si ricorda dell’accaduto. Vecchi amici, vicini di casa: qualcuno di essi ama immaginare che quel giovane abbia trovato un’entrata, l’abbia attraversata, ancora con il cuore in gola, e sia rimasto così colpito dalle meraviglie celate in quel castello, che abbia deciso di non tornare più, e vivere in un mondo così magnifico, che neanche il più sognatore di noi sarebbe in grado di descriverlo. Si chiamava Bertrand Le Corre, diciannove anni, lo stesso di via Le Corre, quella dell’indirizzo dell’appartamento in cui abitavo.

Cazzo.

Bella storia, Toto’ non l’ha rovinata, anche se un certo impegno ce l’ha dedicato per farlo. Metto a posto la radiolina, è giunto il momento che rientri. Stendo le braccia, mi sgranchisco le articolazioni. Guardo dritto verso quella montagna così carica di segreti, e in quel momento lo vedo. La prospettiva del panorama è diversa, lo sento; ho difficoltà a mettere bene a fuoco la vista. Bordeaux è lì, di fronte a me, ma dov’è la montagna? Sbatto le palpebre, e un enorme sfondo rosso abbraccia il mio sguardo, quattro enormi torri ora si poggiano sopra i tetti delle case, minacciando di schiacciare l’intera città. Non ne vedo la sommità perché, per quanto sono alte, si perdono tra le nuvole nere, cariche di temporale. Il palazzo è di fronte a me, immenso, maestoso. Rimango a occhi spalancati, incredulo; sono il solo ad ammirare la sua forma, mentre la città dorme. Sbatto le palpebre perché mi stanno facendo male, provo a mettere di nuovo a fuoco, e scompare. Scompare così, senza senso. Si rivede la solita montagna adesso.

Stephan West

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Archiviato in Serie: Sogno, Stephan West