Incompiuta – La via di mezzo


Mancava poco alla fine di ottobre. Nel pacifico villaggio di Ozpitric già si sentiva il cadenzato passo della neve terminare sui fino ad allora illibati capi dei pacifici abitanti. Dovete sapere che non a caso si attribuirono orsono due uguali aggettivi a descrivere paese e paesani, la licenza fu oltremodo plausibile dato lo stesso nome del luogo sopracitato. Tant’è che il villaggio di re Ozpitric, Pacifico, era incazzoso sotto tutti i punti di vista. Gli autoveicoli degli abitanti, armati di clacson offensivi e spuntoni roteanti, venivano utilizzati per la falciatura del grano; gli elettrificati battipolvere delle matrone erano mezzi primi per l’educazione dei fanciulli nel battere la polvere; nella piscina comunale usata per le punizioni, era posto dell’acido muriatico, nello specifico impiegato per le pulizie di utensili vari. E questi tremendi esempi sui pacifici usi non bastano tuttavia a rendere a pieno la violenza intrinseca di tali bestie. No, non perchè fossero animali, ma perchè assimilabili a bestie, esseri, come qualunque altro al di fuori di quello umano, incapaci di controllo emotivo, perciò supposti barbari. No, non perché supposti guerrieri d’oltralpe in lotta con l’Impero romaro dal II al V secolo dopo cristo, non gli abitanti né le bestie, ma perché, come quelle stesse antiche popolazioni, feroci. No, non perché docili e mansueti, ma feroci. Bestiali! Erano le bestie che allevavano, d’altronde non poteva essere altrimenti, in un pacifico villaggio tanto bruto.

Comunque, va da se che quella volta non avrebbero chiuso un occhio nei confronti della sfacciataggine piedata della neve sopra il loro capo. Ma, pur essendo bene armati e bene forzuti, vollero prendere tutte le precauzioni del caso, non era quello infatti avversario da sottovalutare. Perciò chiamarono a prestar loro servigio un possente e radicale mercenario, tanto abile da poter compiere un miglior lavoro di tutti loro insieme. Famoso ovunque per le sue esagerazioni, colui che aveva tagliato dieci teste di idra, ucciso dieci volte un gatto e risolto la radice di 2, tale era il barbaro e bestiale Vladimir Benja. Fu al cospetto di re Ozpitric che esclamò: “Voglio il mondo!” quando il pacifico brutale monarca gli domandò circa la sua salute. Quando gli chiese poi cosa desiderasse, il forzuto guerriero gli rispose: “Nulla!” Che dire, esemplare era la sua condotta, quantomai coerente. Si chiedeva tuttavia ultimamente circa la via di mezzo. Il ridente Rfpqspbzs, bestia parlante a 10 teste che come un ombra lo seguiva, vedendo il compare accigliato e riflessivo, pensò bene di aiutarlo: “Ahahaha!” lo sbeffeggiò allora. No, proprio non aveva dato alcun aiuto. Ma non era tempo per tali indugi, due missioni erano state assegnategli, da portare a termine sotto sua richiesta senza alcun compenso: sconfiggere la neve e, beh… aveva di nuovo esagerato.

Armi in spalla e riso pronto, si misero dunque in cammino. Sulla strada incontrarono un’ avvenente fanciulla. Non persero tempo e proseguirono. Poco più in là ne trovarono un’altra, ancor più affascinante. Ed anche ora Vladimir si dimostrò integro: “Gradisce una bevanda, gentildama?” domandò alla ragazza ben in curve. “Ben la gradisco messere, se codesta è accompagnata dalla sua piacevole compagnia” rispose “ed ora, che ne pensa di denudarsi?” continuò subito dopo. Eh, che brutto scherzo gli aveva teso la sua mente, vittima di inopportuni pensieri e futili parole. Poiché integro fu nel caso in cui tale conversazione non ebbe mai luogo. Ed ancora, dopo qualche tempo, la stessa situazione sarebbe venuta a presentarsi, questa volta pregna di dialoghi e fuggenti sguardi passionali. Ma ecco che Rfpqspbzs si scagliava repentinamente contro la donzella utilizzando la potente arma evasiva che di sovente aveva salvato i due prodi, il riso di scherno, che allontanò subitaneamente la nemica in imprecazioni di indignazione. L’avevano di nuovo scampata.
Le Tre Generalesse Silenti erano state superate.
Ora era tempo di recuperare le energie, poiché di lì a breve sarebbero arrivati ove auspicavano, ove li attendeva bene armato e bene forzuto il loro freddo nemico, nemico, sì,  anche se solo per guadagno. Perciò consumarono voracemente il riso portato: “Ahahaha!” e furono sazi e ripartenti verso lo scontro finale.
Eccola dunque, alla fine di quell’angusto passo, scorrere fulmineamente in bufera nella vallata loro apertasi, deridente l’umano soffrire ed essere dall’alto della  sua candida consistenza fuggevole. Li scherniva posandosi sul loro capo per poi moversi subito dopo, così come aveva fatto con i pacifici di Ozpitric. “Dove ti nascondi!?” disse dunque il mercenario, ma non ottenne risposta alcuna; “A cosa miri attaccando in tal meschino modo le pacifiche genti?” Ancora non una parola dall’astuta neve; ecco che ebbe un’idea geniale il possente, la quale avrebbe senza dubbio mosso la schernitrice a replica. Esclamò allora: “Parla, bastarda!” Fu allora che scoprirono l’arcano: la neve non era un nemico, o meglio, non era una persona, non soffriva né pensava, non offendeva e neanche propriamente viveva. Chiaro è infatti che nessuno in grado di provare quelle emozioni resterebbe in silenzio all’udire tali parole. Non si poteva affrontare un siffatto nemico, perché nemico propriamente non era. Questo ciò che Rfpqspbzs tentò di spiegare a Vladimir, ma questi non volle capire. Non poteva rassegnarsi ad una sconfitta, non capendo che una sconfitta propriamente non era. Non volle perché ciò avrebbe rappresentato una falla in ciò che era, avrebbe sfaldato la futile coerenza dietro alla quale nascondeva il suo essere umano. Non l’aveva mai accettato il suo essere umano Benja, ne vedeva solo sofferenza e per questo rifiutava ogni tipo di amore e serenità, doveva stordire in quel suo combattere ossessivo la realtà delle cose ed insieme il loro carico positivo, perché in esso si celava quello negativo, che pensava avesse sempre inevitabilmente prevalso. No, non avrebbe capito, se non altro perché ciò che Rfpqspbzs realmente riferì al compare non furono altro che risa di scherno. Ed allora proseguì la sua folle battaglia contro il candido avversario, sfoderando la sua segreta arma, l’alcool, per allontanare l’evidenza, per infervorare l’animo e perché aveva architettato il diabolico piano di diventare tanto caldo da sciogliere in esplosioni vulcaniche tutta la neve che lo circondava. Tutto finì invero con un rigettare infinito, che se non altro lo spinse a riflettere nuovamente circa la via di mezzo.

Luca Befera

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3 commenti

Archiviato in Luca Befera

3 risposte a “Incompiuta – La via di mezzo

  1. kaiser soze

    credo mi sia sfuggito il senso generale.se ce l’ha.

  2. Probabilmente è sfuggito anche all’autore stesso

  3. Luca

    La via di mezzo, credo che dobbiate riflettere profondamente circa la via di mezzo.

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