La rosa maculata (1a parte)

C’era una rosa e c’erano altri fiori, altri tre fiori. Tutti insieme vivevano in uno splendido vaso. Uno di quelli variopinti, probabilmente di un certo valore, data la sua antichità. I tre fiori vivevano in esso tranquilli, e felici della loro funzione ornamentale. Erano molto simpatici e passavano tutta la giornata a parlare del tempo, a godersi i candidi raggi del sole che a turno li abbracciavano e se possibile, ad aiutarsi tra loro soprattutto nelle notti gelide quando si stringevano l’uno accanto all’altro per puro e semplice istinto di sopravvivenza. Andavano decisamente molto d’accordo. Dall’altra parte del vaso, e distanziata da loro, c’era una rosa. Era un esemplare magnifico, diverso da tutte le altre della sua specie. Era possente così dritta, ma allo stesso tempo elegante. Aveva un portamento sontuoso e per questo si era guadagnata la stima degli altri fiori. Inoltre, a renderla unica, aveva sui suoi petali rossi fuoco delle sfumature di bianco che, se non fosse che era un essere vivente, si sarebbe pensato che un artigiano, uno dei migliori però, gliele avesse dipinte come ornamento, tanto erano ben fatte. La rosa invece, se si è detto che per il suo aspetto aveva guadagnato la stima dei coinquilini, di certo con i suoi modi l’aveva persa tutta anzi, era forse in debito con loro. Infatti non partecipava mai alle chiacchiere degli altri fiori e molto spesso nemmeno rispondeva alle loro domande. Se ne stava lì, in un angolo, eretta e ben attenta a non mostrare nessun punto di debolezza.

Un giorno accadde che uno dei fiori, inavvertitamente, nel fare il classico movimento di avvicinamento verso gli altri due, inciampò e cadde proprio a fianco alla rosa. Ora, essendo un vaso non troppo largo proprio per evitare tali situazioni, non si potrebbe parlare di vera e propria caduta. Fatto sta però che il fiore aveva definitivamente perso l’equilibrio e si trovava in diagonale con l’estremità finale dello stelo da una parte e i petali con tutta la corolla dall’altra. Detta posizione, per quanto a noi possa sembrare così terribile, per il fiore non era poi così male, se non fosse per il fatto che, nella caduta, parte del fusto si era leggermente incrinato ed era sul punto di rompersi se non fosse tornato al più presto nella sua posa originaria. La rosa, data la sua vicinanza, era l’unica che potesse aiutarlo, quindi il fiore si rivolse a lei con tutta la cortesia che il caso poteva permettere e gli chiese se gli dispiacesse dargli una spintarella così che potesse riprendere il controllo di se stesso. Al che la rosa rispose ”Fossi matta, così rischio di rovinare la mia bellezza; arrangiati da solo! ” A nulla servirono le suppliche del povero fiore alle quali si aggiunsero quelle degli altri che, impotenti, guardavano la situazione da una certa distanza. La rosa però, si fece scivolare addosso tutte quelle parole e incurante, continuò imperterrita la sua fanatica esibizione. Passò qualche ora e la situazione del povero fiore andò via via peggiorando fino a che, agonizzante, cessò di vivere.

Il proprietario del vaso, accortosi della morte del fiore, lo levò da lì. Il che da un certo punto di vista fu una fortuna perché aiutò gli altri due a dimenticarlo più in fretta. Ritengo quasi superfluo aggiungere la reazione dei fiori che si struggerono e disperarono per le due settimane che seguirono e, semmai un essere vegetale avesse mai pianto, quella era sicuramente l’occasione adatta per iniziare. Ovviamente l’accaduto aveva alimentato lo sdegno dei fiori nei confronti della rosa, ma si da il caso che nel mondo floreale, tenere rancore nei confronti di un proprio simile sia impossibile e quindi in poco tempo, i due fiori tornarono allegri come prima, parlando del più e del meno e cercando invano di includere nei propri discorsi anche la “sostenuta responsabile”. Di tutta risposta, essa se ne stava lì, apatica si sarebbe detto, ma raggiante come non mai. Successe poi qualche tempo dopo che la rosa si esibisse in uno dei suoi rarissimi movimenti, che limitava al minimo indispensabile proprio per paura di non sciuparsi. Uno dei due fiori però, suo malgrado, molto presto scoprì che, sistematasi nella nuova posizione, la rosa copriva la parte di sole destinata a lui e senza la quale, di lì a pochi giorni, sarebbe appassito. Da parte sua provò a chiederle con gentilezza se poteva scostarsi quel tanto che bastava per far si che anche lui ricevesse il prezioso calore, ma la rosa non ne voleva sapere. Si era già mossa poco tempo prima e sarebbe passato molto altro tempo prima che avesse soltanto ripensato ad una nuova posa da assumere. Diceva ”Non è colpa mia se, con la mia maestosità faccio ombra su voi fiori” e a nulla servirono le esortazione anche dell’altro fiore, quasi disperato dall’idea di perdere il suo compagno e amico. Passavano i giorni e il fiore oscurato, sempre più debole e dopo aver tentato di spostarsi per quello che gli era permesso, ma senza benefici, si abbandonò al suo destino e smise di lottare. Si spense dopo due giorni. Rimase quindi solo un fiore dato che la compagnia della rosa non poteva definirsi come tale e il processo emotivo che seguì fu esattamente lo stesso della prima volta: prima tristezza e rabbia, poi allegria e affetto. Il fiore allora, non avendo nessun altro con cui parlare, molto spesso rivolgeva domande di qualsiasi natura alla rosa che si risolvevano sempre in monologhi. E mentre nel fiore, il tempo e i dispiaceri avevano lasciato un marchio indelebile, lei, la rosa sembrava fresca e giovane come il giorno in cui la misero lì, se non di più.

Clio
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