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“Il cazzo che te se frega” – rispose Satana, e tutti e due salirono sul mondo

Patetico. Sono patetico rinchiuso in questa squallida stanza di hotel gialla di muffa e nera di scarafaggi: sono patetico sdraiato su questa cesso di poltrona unta e rattoppata; sono patetico in questa merda di canottiera sozza di settimane; sono patetico nel cercare di sostentarmi ogni fottuto giorno con venti euro stronzi di schifosa birra e fottute sigarette; sono patetico nella mia cazzo di infinita solitudine troia nella quale mi rifugio, cazzo, sono un cazzo di patetico beone chiappone. Fanculo! Faccio una merda di merda e una merda di vita del cazzo, non c’è una cazzo di stronza felicità stronza nella mia esistenza, nè una stronza del cazzo a cazzeggiare con merda, merdosi e stronzi inculati. In culo gli stronzi merdosi e gli stronzi inculati allora e in culo la merda, vaffanculo, quella troia di merda vaffanculo che ti fotte il cazzo se solo provi a stronzeggiare dicendogli che è una troia di merda vaffanculo. Fanculo! A questa merda di merda e a questa merda di vita, mi fotto sigarette e birra nel culo della troia di merda vaffanculo e cazzo, mi cerco una cazzo di vita del cazzo coi cazzo di controcazzi del cazzo! Col cazzo.
Patetico. Sono patetico imprecando sdraiato su questo cesso di poltrona unta e rattoppata, in questa merda di canottiera sozza di settimane, bevendo e fumando venti euro stronzi di schifosa birra e fottute sigarette, solo, chiuso in questa solitudine stronza senza riuscire nemmeno a cercare una cazzo di vita del cazzo coi cazzo di controcazzi del cazzo, vaffanculo. Merda! E’ ora di tornare dalla mia cazzo di troia del cazzo vaffanculo.
“Cosa mai affligge un uomo tanto grandioso, cosa può mancare a costui?” – enunciò satana dal palco ridendo lievemente con fare affabile e sicuro.
“Ma che cazzo vuoi, stronzo!” – esclamò allora Alì Pascià, cercando di divincolare le chiappone dalla stretta possente della poltrona trasandata nell’atto straordinario dell’alzarsi. La platea, dal canto suo, osservava voracemente ogni movimento, tutta presa da saltelli sulle orecchie.
Ma che diamine, forse viveva in una baracca, forse era fenomenale la sua acconciatura dei peli ventrali, ma fenomeno da baraccone non lo era ancora, aveva una dignità Pascià e quella era casa sua. Che volevano dunque tutti quegli indiscreti saltellatori di orecchie lì, giudicandolo con mirabolanti oto-evoluzioni circa la sua patetica vita attuale?
“La vita è un atto mio caro, che tu lo sappia!” – controbattè allora il diavolo ed aggiunse: “Questo è il tuo pubblico, io sono il tuo partner, ciò ha deciso il fato.
Chi sei tu per replicare al destino? Come osi vantare tanta irrispettosità di fronte a ciò che sovrasta il tuo infimo ed insignificante essere umano?”
“Ma che cazzo vuoi, stronzo!” – ripetè allora l’ubriacone – “io qui ci abito!” – completò. Si deve tuttavia puntualizzare la valenza di tali lemmi, onde evitare fraintendimenti e spiegarne la frequenza. Alì usava infatti quelle parole iniziali come intercalare. Così, per rispondere ad esempio il suo nome, usava esclamare: “Ma che cazzo vuoi, stronzo! Alì Pascià, molto lieto.”

In ogni caso, non aveva tutti i torti, lui lì ci abitava veramente. Mai tuttavia si era accorto della speculazione che l’astuto belzebù aveva progettato sul suo vivere, esistenza che pareva attrarre genti in gran numero da ogni luogo, forse a causa della sua scurrilità esagerata, forse perchè era di sollievo assistere ad una tale inettitudine, forse per i simpatici balzi auditivi in compagnia.
E neanche del maligno e delle surreali vite che decoravano quella colorata ed uniforme platea si era mai accorto fino ad allora.
Si dà il caso tuttavia che Alì Pascià fosse sì infastidito, ma ancor più fosse in ritardo. Così chiuse baracca e burattini, ma no, proprio non gli riusciva di chiuderli, i burattini, come si fa poi a chiudere i burattini? Così li ingurgitò, scampando al fallimento proverbiale, quindi si preparò per l’appuntamento con la sua troia del cazzo vaffanculo accuratamente, chiuse baracca solamente ed uscì. Il pubblico era quantomai eccitato e lo dimostrava sbattendo fragorosamente le ginocchia.

Nel tragitto che lo separava dal luogo dell’appuntamento incontrò un rissoso che lo percosse sonoramente a suon di calci sulle gengive. Non v’è da aggiungere il successo che ne seguì. Così sanguinante arrivò dalla compagna, che nell’euforia dell’incontro non si risparmiò l’uilizzo di un potente spray al peperoncino sugli occhi del malcapitato Alì. Ah che dolore allora! Bruciava, bruciava! Ma il suo cuore bruciava ancor più d’amore, così riuscì a sopportare stoicamente. Ma ecco che un simpatico cagnolino già cominciava ad orinargli sull’orlo dei pantaloni mentre un leggiadro uccellame lasciava cadere un grazioso escremento mollo e viscido proprio sulla testa del nostro affezionatissimo. Era veramente troppo, non potè trattenere il terribile urlo: “Perdincibacco!” – e poi: “FANCULOTESTEDIMMERDASCHIFOSETROIEPUTTANESTRONZOINCULOAGLISTRONZICHECACANOPISCIA’!”

Il pubblico era in visibilio, il piano dell’infernale presentatore aveva portato il risultato sperato, tanto per gli sgradevoli imprevisti quanto per l’imprecazione colossale.
Che dire però, era divenuto famoso Alì Pascià ed ora che ne era consapevole la sua vita cominciava ad assumere significato. Alle volte si fingeva irritato e lasciava andare mirabolanti pezzi del suo repertorio, ridendo dentro di sè della sua eccezionale abilità e di suddetta fama. Già, cominciava ad essere proprio felice Alì, alle volte causava svuotamenti di sala fischiettando gioiosamente mentre preparava la colazione al levar del sole. Anche il sedere abnorme cominciava a sgonfiarsi e la baracca di hotel era ora divenuta un grazioso appartamentino appena fuori città.
Oramai era accaduto e non c’era modo di tornare indietro.
Tuttavia satana tentò ugualmente di ripristinare la situazione precedente. Così andò dal gioioso essere ed a costui disse: “Se sei felice non sei famoso, se sei famoso non sei felice. Se non sei felice ti spetta il regno dei cieli, se non lo sei l’inferno. Perciò, se non sei felice sei famoso, te ne andrai in cielo ed allo stesso tempo io ci guadagno.” Da aspettarsi la risposta del sorridente Alì: “Ma che cazzo vuoi, stronzo!” – ed ancora: “Sappi, mio caro satanello, che il mondo è bello!”
Che poteva aggiungere allora il geniale produttore? Poteva solo andarsene in silenzio dall’ormai vuoto e cupo teatro per riflettere.
Ebbene, senza fama era probabile che Alì sarebbe tornato al suo stadio triste e patetico. Ma dopo quanto? Sarebbe stato troppo rovinoso il crollo finanziario che aveva stipato in tal lasso di tempo, non poteva permetterselo. Fare altro non era nemmeno pensabile, gli piaceva troppo rovinare il suo protagonista, così come amava gli immensi guadagni che ciò arrecava. Dunque riflettè ancora ed ancora circa un’altra via per tornare a quella particolare situazione iniziale, finchè giunse ad una soluzione. In fondo era pur sempre satana, conosceva bene il mondo e gli esseri umani: pensò quindi di adescare Alì al peccato, portandolo pian piano alla perdizione. Ma, pur riuscendo in ciò, ancora non ottenne ciò che voleva, dato che questi divenne sì scontroso verso il mondo, ma non ancora patetico ed inetto poiché attivamente ostile. Mancava l’ultimo tocco: la troia di merda vaffanculo: lo fece innamorare di nuovo e poi la allontanò per sempre.

Fu così che Alì, completamente deluso dalla vita, tornò ad essere fiacco ed imprecante, grandiosamente dannato della sua fama e riflettente sulla sua patetica condizione. E folle accorsero allora al teatro, arricchendolo dell’antico, buffo splendore di schicchere sui calcagni ed orecchie saltellanti.
Una volta, rimembrando l’antica e breve felicità, domandò a satana: “Ma che cazzo vuoi, stronzo!” – e poi: “Oh potentissimo, tu che conosci il mondo e chi lo abita, tu che per breve tempo mi donasti felicità e splendore, te ne prego, sovverti quest’ordine impietoso che piega la mia vita allo scherno ed alla sofferenza e rendi il mio cuore nuovamente aperto alla gioie terrene dell’amore e della conoscenza, cosicché sereno sia questo breve tratto di vita che mi resta e serena altresì sia la morte ad essa conseguente. Poca è la forza che scorre in me, opera te a tal fine, te ne prego!”
“Il cazzo che te se frega” – rispose Satana e tutti e due salirono sul mondo.

Luca Befera

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Incompiuta – La via di mezzo


Mancava poco alla fine di ottobre. Nel pacifico villaggio di Ozpitric già si sentiva il cadenzato passo della neve terminare sui fino ad allora illibati capi dei pacifici abitanti. Dovete sapere che non a caso si attribuirono orsono due uguali aggettivi a descrivere paese e paesani, la licenza fu oltremodo plausibile dato lo stesso nome del luogo sopracitato. Tant’è che il villaggio di re Ozpitric, Pacifico, era incazzoso sotto tutti i punti di vista. Gli autoveicoli degli abitanti, armati di clacson offensivi e spuntoni roteanti, venivano utilizzati per la falciatura del grano; gli elettrificati battipolvere delle matrone erano mezzi primi per l’educazione dei fanciulli nel battere la polvere; nella piscina comunale usata per le punizioni, era posto dell’acido muriatico, nello specifico impiegato per le pulizie di utensili vari. E questi tremendi esempi sui pacifici usi non bastano tuttavia a rendere a pieno la violenza intrinseca di tali bestie. No, non perchè fossero animali, ma perchè assimilabili a bestie, esseri, come qualunque altro al di fuori di quello umano, incapaci di controllo emotivo, perciò supposti barbari. No, non perché supposti guerrieri d’oltralpe in lotta con l’Impero romaro dal II al V secolo dopo cristo, non gli abitanti né le bestie, ma perché, come quelle stesse antiche popolazioni, feroci. No, non perché docili e mansueti, ma feroci. Bestiali! Erano le bestie che allevavano, d’altronde non poteva essere altrimenti, in un pacifico villaggio tanto bruto.

Comunque, va da se che quella volta non avrebbero chiuso un occhio nei confronti della sfacciataggine piedata della neve sopra il loro capo. Ma, pur essendo bene armati e bene forzuti, vollero prendere tutte le precauzioni del caso, non era quello infatti avversario da sottovalutare. Perciò chiamarono a prestar loro servigio un possente e radicale mercenario, tanto abile da poter compiere un miglior lavoro di tutti loro insieme. Famoso ovunque per le sue esagerazioni, colui che aveva tagliato dieci teste di idra, ucciso dieci volte un gatto e risolto la radice di 2, tale era il barbaro e bestiale Vladimir Benja. Fu al cospetto di re Ozpitric che esclamò: “Voglio il mondo!” quando il pacifico brutale monarca gli domandò circa la sua salute. Quando gli chiese poi cosa desiderasse, il forzuto guerriero gli rispose: “Nulla!” Che dire, esemplare era la sua condotta, quantomai coerente. Si chiedeva tuttavia ultimamente circa la via di mezzo. Il ridente Rfpqspbzs, bestia parlante a 10 teste che come un ombra lo seguiva, vedendo il compare accigliato e riflessivo, pensò bene di aiutarlo: “Ahahaha!” lo sbeffeggiò allora. No, proprio non aveva dato alcun aiuto. Ma non era tempo per tali indugi, due missioni erano state assegnategli, da portare a termine sotto sua richiesta senza alcun compenso: sconfiggere la neve e, beh… aveva di nuovo esagerato.

Armi in spalla e riso pronto, si misero dunque in cammino. Sulla strada incontrarono un’ avvenente fanciulla. Non persero tempo e proseguirono. Poco più in là ne trovarono un’altra, ancor più affascinante. Ed anche ora Vladimir si dimostrò integro: “Gradisce una bevanda, gentildama?” domandò alla ragazza ben in curve. “Ben la gradisco messere, se codesta è accompagnata dalla sua piacevole compagnia” rispose “ed ora, che ne pensa di denudarsi?” continuò subito dopo. Eh, che brutto scherzo gli aveva teso la sua mente, vittima di inopportuni pensieri e futili parole. Poiché integro fu nel caso in cui tale conversazione non ebbe mai luogo. Ed ancora, dopo qualche tempo, la stessa situazione sarebbe venuta a presentarsi, questa volta pregna di dialoghi e fuggenti sguardi passionali. Ma ecco che Rfpqspbzs si scagliava repentinamente contro la donzella utilizzando la potente arma evasiva che di sovente aveva salvato i due prodi, il riso di scherno, che allontanò subitaneamente la nemica in imprecazioni di indignazione. L’avevano di nuovo scampata.
Le Tre Generalesse Silenti erano state superate.
Ora era tempo di recuperare le energie, poiché di lì a breve sarebbero arrivati ove auspicavano, ove li attendeva bene armato e bene forzuto il loro freddo nemico, nemico, sì,  anche se solo per guadagno. Perciò consumarono voracemente il riso portato: “Ahahaha!” e furono sazi e ripartenti verso lo scontro finale.
Eccola dunque, alla fine di quell’angusto passo, scorrere fulmineamente in bufera nella vallata loro apertasi, deridente l’umano soffrire ed essere dall’alto della  sua candida consistenza fuggevole. Li scherniva posandosi sul loro capo per poi moversi subito dopo, così come aveva fatto con i pacifici di Ozpitric. “Dove ti nascondi!?” disse dunque il mercenario, ma non ottenne risposta alcuna; “A cosa miri attaccando in tal meschino modo le pacifiche genti?” Ancora non una parola dall’astuta neve; ecco che ebbe un’idea geniale il possente, la quale avrebbe senza dubbio mosso la schernitrice a replica. Esclamò allora: “Parla, bastarda!” Fu allora che scoprirono l’arcano: la neve non era un nemico, o meglio, non era una persona, non soffriva né pensava, non offendeva e neanche propriamente viveva. Chiaro è infatti che nessuno in grado di provare quelle emozioni resterebbe in silenzio all’udire tali parole. Non si poteva affrontare un siffatto nemico, perché nemico propriamente non era. Questo ciò che Rfpqspbzs tentò di spiegare a Vladimir, ma questi non volle capire. Non poteva rassegnarsi ad una sconfitta, non capendo che una sconfitta propriamente non era. Non volle perché ciò avrebbe rappresentato una falla in ciò che era, avrebbe sfaldato la futile coerenza dietro alla quale nascondeva il suo essere umano. Non l’aveva mai accettato il suo essere umano Benja, ne vedeva solo sofferenza e per questo rifiutava ogni tipo di amore e serenità, doveva stordire in quel suo combattere ossessivo la realtà delle cose ed insieme il loro carico positivo, perché in esso si celava quello negativo, che pensava avesse sempre inevitabilmente prevalso. No, non avrebbe capito, se non altro perché ciò che Rfpqspbzs realmente riferì al compare non furono altro che risa di scherno. Ed allora proseguì la sua folle battaglia contro il candido avversario, sfoderando la sua segreta arma, l’alcool, per allontanare l’evidenza, per infervorare l’animo e perché aveva architettato il diabolico piano di diventare tanto caldo da sciogliere in esplosioni vulcaniche tutta la neve che lo circondava. Tutto finì invero con un rigettare infinito, che se non altro lo spinse a riflettere nuovamente circa la via di mezzo.

Luca Befera

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