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Psychoanalisi – 1


– Bentrovato, signor Di Tonno. Allora, come le sembra la nostra cucina?
– Deliziosa, non fosse per la camicia di forza penserei di essere all’Hilton Palace. Immagino che l’assenza di stercorari nella zuppa faccia di questa la miglior clinica psichiatrica del paese.
– Sono lieto di vedere che ha ritrovato la parola. Posso chiederle come si sente oggi?
– Un tantino rigonfio di gas, come potrà constatare a breve.
– Intendevo dire emotivamente. Come definirebbe il suo stato d’animo in questo momento?
– Lo definirei “stupefatto.”
– “Stupefatto?”
– Sì, stupefatto. Da tempo i miei stati emozionali si sono ridotti a quattro: stupefatto, ubriaco, stupefatto/ubriaco e svenuto. Al momento quelle pasticchette che mi date mi rendono piuttosto visionario.
– E che tipo di visioni le procurano i nostri farmaci?
– L’ultima l’ho avuta stamattina. Ma non è inedita, l’avevo già avuta in passato.
– Posso chiederle in che circostanze?
– Beh, ero disteso sul letto, mentre perdevo fluidi da ogni orifizio…
– Intendevo dire la prima volta che ha avuto la visione, non stamattina.
– … Appunto.
– Mi scusi. Continui pure.
– Dunque, è stato un mese prima che accadesse quella… spiacevolezza. Ci stavamo esibendo: Nate sbudellava l’amplificatore con un riff insistito, Eddie stava aprendo crepe nei muri e nei timpani dei presenti, mentre io mi issavo sulla mia stessa vanità alla vista di cinque, forse sei milioni di persone accorse a strappare il biglietto per il nirvana. Dopo lo show, ho fatto tapp… C’è qualcosa che non va?
– Mi perdoni, ma se la memoria non mi inganna il suo complesso musicale non si è mai esibito davanti ad un pubblico di più di diecimila spettatori.
– Beh, al tempo il mio raggio visivo non superava i quindici/sedici metri, per cui potrei aver supposto la presenza di un pubblico un filo maggiore di quello che la locanda di “Tony lo zozzo” possa contenere. Comunque, la sostanza del racconto non cambia.
Come dicevo, dopo lo show ho fatto tappa su tutti i cliché di una notte in compagnia di un barile di whiskey irlandese e qualche grammo di finissima canapa indiana. Giunto al culmine dell’evoluzione ho avuto l’impressione di destarmi in un lungo corridoio, quasi una galleria cittadina, di quelle in cui si allestiscono i mercati al chiuso, ma questa era immensa, divisa in una miriade di stanzette dal soffitto altissimo. Non c’erano porte, solo vetrate, così che si poteva vedere all’interno. Le persone che passavano ne sceglievano una ed inserivano delle monete in una fessura, in base alla cifra indicata dal display subito fuori la rispettiva celletta. Notai che all’uscita la cifra diminuiva leggermente. Così, decisi di raccogliere me stesso da terra ed il coraggio dagli abissi della mia autostima, e mi appropinquai verso la galleria creata dal mio inconscio.
– E cosa vide?
– Dentro ogni celletta, da un oblò sul muro opposto all’entrata, sbucavano in atteggiamento ovino e completamente prive di qualsivoglia indumento le metà inferiori di damigelle di ogni dimensione e fattezza e colore. Qualcosa nel sogno mi suggeriva che mi trovavo in un futuro in cui il genere femminile era stato così soggiogato, con l’eccezione di uno sparuto gruppo di ribelli amazzoni in tutine di latex che improvvisava la guerriglia urbana.
– E questo sogno lo ha ripetuto stamane, in maniera identica?
– Quasi. C’era un po’ meno assortimento stamattina nella galleria.
– Capisco. Molto interessante. Davvero molto interessante. Lei che tipo di spiegazione dà ad un incubo simile?
– Incubo?
– Eh, ammetterà che un futuro in cui il genere femminile è relegato a mero strumento di piacere a buon mercato non è certo il migliore possibile, no?

– Io e lei siamo due persone molto diverse, dottore.

Er Mijone

* * *

(Alcune storie di Primo di Tonno sono pubblicate su Aspettando i Barbari http://aspettandoibarbari.blogspot.com/search/label/Laboratorio)

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