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Il palazzo (1a parte)

Scena 1

Mary mi fa entrare in un appartamento, pensavo fosse una gran festa, invece c’eravamo solo noi due, qualche nostro amico e dei francesi. Esco per una sigaretta veloce, e rientro poco dopo. Noto che c’è molta più gente rispetto a qualche minuto fa. Gli invitati adesso sono tutti nudi o seminudi. Un ragazzo è disteso a terra a far sesso con due morette, scena spinta. Inizialmente mi sembra di scorgere Eric, lo svizzero, ma non è lui. Poi trovo tutti gli altri dentro una grande vasca, rigorosamente nudi; Vassilis abbraccia Nadja per le tette. Mary, con un sorriso compiaciuto, si dirige verso di me ed esclama “festa sauna!” Bel tema, effettivamente. Giro lo sguardo verso il centro della sala. C’è una grande vasca a forma di ventaglio, gioia degli invitati. E’ chiaro che il padrone di casa non ha badato a spese per questa reggia. A bordo vasca i maschi rubano con lo sguardo le forme nude delle ragazze, e qualcuno cerca goffamente di mascherare la fatale erezione. In quel momento, un’immagine unica, celestiale cattura lo sguardo dei presenti. Lorraine, una dea dai capelli biondi, occhi azzurri e accento francese, si getta in acqua vestita da infermiera, tipo quelle da film porno. I presenti capiscono al volo quello che mi sta passando per la testa, se ne accorgono da quella faccia da ebete che ho assunto, e che non riesco a scacciare. Gli occhi, la testa, il collo sono pietrificati.

E’ bella, bellissima, e, al contrario della Venere dipinta, il suo corpo scompare piano tra le nuvole di schiuma che, con tanta grazia, avevano creato la sua gemella. Quella barriera di sapone che adesso la copre mi risveglia dal torpore nel quale ero caduto. Noto con piacere che l’espressione ebete è condivisa da parecchi nella sala: più in là c’è un inglese a bocca ancora spalancata, la scena gli ha fatto cadere anche gli ultimi capelli rimasti, ma di questo non sembra preoccuparsene al momento. Lorraine è fatta così, ti manda al tappeto in un attimo. Come me, molti pensano che la serata possa anche finire qui.

Eric è con Camila e Tia, le due colombiane, fuori dalla vasca. Si fa avanti l’arabo che in mischia mi aveva toccato il culo – pensavo per sbaglio – e adesso spalma della crema sul petto dello svizzero in maniera sospetta. Camila, che di Eric sarebbe la ragazza, rimane esterrefatta.

Troppi i turbamenti in questa notte di festa, ho bisogno di uscire, farmi malmenare la faccia dal vento gelido di Bordeaux, per fare ordine con tutte le scene viste e vissute dentro quella sala. La porta conduce a una grande balconata che circonda l’intero palazzo. Più avanti un’altra porta comunica con il parcheggio multipiano, poi, da lì, la strada. C’è un po’ da camminare, ma una passeggiata non fa male, e mi dirigo verso l’uscita. Indosso le cuffiette e accendo la radio del mio iPod. Il segnale si sintonizza subito sulle frequenze Rai. Con tempismo spaccato al minuto viene presentato dalla voce soave dell’annunciatrice un radio-documentario d’epoca. Lei la immagino castana, sulle labbra un rossetto di colore scuro. E’ vicina al microfono, attenta a pronunciare le p e le t. Alt… Un secondo. Due fantasticherie sessuali nello spazio di dieci minuti significano solo una cosa: dovrei concedermi una scopata qualche volta.

Il documentario è a tema storico, un reperto degli anni ‘60 restaurato di recente. La presentazione titola “Cronaca di un mistero: l’apparizione del palazzo fantasma di Bordeaux. Voce narrante: Toto’.” Orrore, disastro, una stonatura micidiale. I comici, per la verità, mi piacciono, ma Toto’ no. Toto’ è una sciagura, un essere assunto al cielo quasi come un dio; un  Messia venerato da folle immense e incontrollabili, come se fosse un esercente di miracoli, un creatore di mondi. Per me non è altro che un misero tipetto con una voce del cazzo. Rabbrividisco ad ogni sua battuta, ogni suo gesto, ogni suo maledetto film. Il dilemma, quindi, si concentra sul cambiare stazione oppure no. La tentazione, in effetti, è forte, ma alla fine sono a Bordeaux, è una grossa coincidenza, e poi è curiosa questa storia del palazzo fantasma.

Sembra che, cinquanta anni fa, sia apparso dal nulla un enorme edificio, che svettava sui tetti delle case di questa città. Era così alto, che le cupole dei torrioni venivano coperte dalle nuvole, cosicché nessuno poteva asserire con certezza se esse erano dorate, marroncine, nere, o chissà di quale altro colore.

Rimase lì per giorni e giorni. La notizia si sparse a macchia d’olio, e Bordeaux fu presto assediata da molte emittenti straniere, incuriosite dallo strano fenomeno. Questo documento ne racconta la storia. Qualche coraggioso, ingoiando cuore, palle e un profondo respiro, si era spinto verso le enormi mura, per cercare una porta, un’entrata verso quella meraviglia. Non riuscirono neanche ad avvicinarsi, non si trovava l’ombra di un sentiero. Sembrava che fosse sospeso nell’aria, che venisse da un altro mondo. Un giovane, ultimo di tanti esploratori, un bel giorno varcò la porta di casa, diretto verso quel palazzo così etereo, e non tornò più. Per mesi furono organizzate ricerche, mobilitate quantità esagerate di soccorsi, forze speciali, ma non ne ricavarono nulla, neanche una traccia. Semplicemente, scomparve. Qualche vecchio ancora oggi si ricorda dell’accaduto. Vecchi amici, vicini di casa: qualcuno di essi ama immaginare che quel giovane abbia trovato un’entrata, l’abbia attraversata, ancora con il cuore in gola, e sia rimasto così colpito dalle meraviglie celate in quel castello, che abbia deciso di non tornare più, e vivere in un mondo così magnifico, che neanche il più sognatore di noi sarebbe in grado di descriverlo. Si chiamava Bertrand Le Corre, diciannove anni, lo stesso di via Le Corre, quella dell’indirizzo dell’appartamento in cui abitavo.

Cazzo.

Bella storia, Toto’ non l’ha rovinata, anche se un certo impegno ce l’ha dedicato per farlo. Metto a posto la radiolina, è giunto il momento che rientri. Stendo le braccia, mi sgranchisco le articolazioni. Guardo dritto verso quella montagna così carica di segreti, e in quel momento lo vedo. La prospettiva del panorama è diversa, lo sento; ho difficoltà a mettere bene a fuoco la vista. Bordeaux è lì, di fronte a me, ma dov’è la montagna? Sbatto le palpebre, e un enorme sfondo rosso abbraccia il mio sguardo, quattro enormi torri ora si poggiano sopra i tetti delle case, minacciando di schiacciare l’intera città. Non ne vedo la sommità perché, per quanto sono alte, si perdono tra le nuvole nere, cariche di temporale. Il palazzo è di fronte a me, immenso, maestoso. Rimango a occhi spalancati, incredulo; sono il solo ad ammirare la sua forma, mentre la città dorme. Sbatto le palpebre perché mi stanno facendo male, provo a mettere di nuovo a fuoco, e scompare. Scompare così, senza senso. Si rivede la solita montagna adesso.

Stephan West

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Archiviato in Serie: Sogno, Stephan West