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Il palazzo (2a parte)


Scena 2


E’ sera sulla quai, il vento forte non fa altro che peggiorare questo tempo freddissimo. Bordeaux d’inverno si tramuta in un villaggio siberiano, un’atroce tortura di ghiaccio. Noto tutta la compagnia poco lontano verso la pista da jogging di cemento che percorre tutto il lato della Garonna, si scattano delle foto dietro lo sfondo di una Place de la Bourse illuminata a giorno. Non ho intenzione di portarmi appresso la borsa e, fortunatamente, c’è una panchina poco lontano per posarla. Dieci minuti dopo, ho anch’io la mia foto davanti la piazza più bella della città; dovrò assolutamente farmela passare da Mary.

Ritornando per prendere la borsa, trovo seduto sulla panchina un panzone alto due metri. Ha poggiato il suo enorme culo proprio sopra la mia borsa. In quel momento, stipato sotto un numero imprecisato di chili di lardo, squilla il mio cellulare. La situazione è alquanto imbarazzante. Si gira il grassone, e si concentra nel mio francese dal pesante accento straniero, che gli chiede gentilmente di spostarsi per recuperare la borsa sotto di lui. La risposta è inequivocabile quanto sconcertante: “non me ne frega assolutamente nulla del tuo telefono.” Il tutto viene condito da un sonoro peto. Ho negli occhi l’immagine della mia borsa verde, il mio telefono e anche il tabacco, violentati e stuprati dalle flatulenze bestiali di un essere arrogante tanto quanto grasso. Eric si avvicina al grassone senza nome e, a brutto muso, esclama “Se hai problemi con il mio amico, beh, allora hai problemi anche con me.” Detto questo si allontana, si ferma su una panchina, vi si stende, e inizia a russare. Sono rimasto solo, solo a difendere la mia borsa offesa dal largo nemico. Non ho memoria di risse, o anche solo scaramucce nella mia vita passata, ma – come si sente dire spesso – c’è sempre una prima volta, e il mio battesimo di guerra sarà sulla pelle unta di un francese paranoico.

Ho detto di non avere esperienza, ma a quanto pare lui sì, e infatti subisco. Inizia così la lotta. Lui, ovviamente, mi pista. Ho lo spunto, molto poco virile, di graffiargli la testa con le unghie. A sorpresa, sembra accusare il colpo. Mi si stacca di dosso e corre verso i cassonetti, probabilmente per cercare bottiglie rotte. Vigliacco. Assieme alle bottiglie, però, riporta scatole di cartone e sacchi di plastica. Penso che voglia colpirmi con i vetri ma, invece, si attacca tutto l’ampio bottino di roba addosso, corre verso il fiume, si getta dal pontile, cadendo su una chiatta che passava in quell’istante. Dopo quell’atterraggio di fortuna, disteso sopra la chiatta, inizia a gridare “j’suis blessé! J’suis blessé!” (trad.: Sono ferito! Sono ferito!) Dico subito agli altri di chiamare un’ambulanza, ma mi fanno cenno con le mani di essere impegnati con le crepes, che poi si freddano e non sono più buone.

Scena 3


Tutto cancellato. Sono con Stan fuori dal luogo della festa, in cima ad una passerella. Perplesso, cammino senza parlare; ho troppe cose adesso per la testa. Sento qualcosa, dei passi. Devono essere in tanti a giudicare dal casino che fanno. Si avvicinano, ma vedo ancora solo ombre nere.

Il ciccione!

Passa velocemente accompagnato da degli africani enormi; neanche mi riconosce. Scompaiono in pochi secondi. Prima di indagare, mostro a Stan il luogo dove è avvenuta l’apparizione del palazzo. Torniamo verso il parcheggio. Apro una porta, credendo fosse l’entrata dell’appartamento della festa, ma è uno sgabuzzino. Si accendono le luci. Troviamo i tizi di prima, tutti armati. Il ciccione mi punta l’arma addosso e mi dice “se parli di ciò che hai visto qui dentro, ti vengo a cercare.”  “Visto cosa?” Rispondo prontamente, e chiudo la porta.

Stephan West

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